Religió Digital,27!2/09 - En contra de lo que algunos han dicho en mi blog (y de lo que muchos han deseado), E. Schillebeeckx sigue siendo un teólogo "vivo" y muy influyente pare el Vaticano. Así lo muestra esta reseña, publicada por Franco Giulio Brambilla, uno de los teólogos más significativos del "stablishment" romano, de una línea abierta al diálogo con la modernidad, aunque cercano al pensamiento de J. Ratzinger, que le ha nombrado obispo auxiliar de Milán y le ha confiado tareas de apertura cultural, desde la perspectiva ya clásica de la Universidad Católica de Milán (de cuya Facultad de Teología sigue siendo "presidente", en una línea que es tan montiniana como ratzingeriana). Es evidente que los aires eclesiásticos de Milán no son exactamente los de Roma, aunque Roma necesita que "Milán le eche una mano" como en este caso, para mantener la memoria de Schillebeeckx dentro de la Teología de la Iglesia, aunque con algunas reservas, a pesar de todas las "condenas" anteriores. (cf.http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/text.html)
La noticia me la ha enviado y comentado M. Ofilada, "observador teológico" de Filipinas (antes de que yo hubiera tenido tiempo para ver el Periódico del Papa), con el siguiente comentario:
"Que esto aparezca en L'osservatore Romano es muy llamativo. Es posible que haya intervenido el papa Ratzinger para que le hagan esta conmemoración, pues no se puede negar lo valioso de su pensamiento para la iglesia del siglo XX. Que conste que no estoy del todo convencido del "primer" y "segundo" Schillebeeckx. Pienso que hay 4 etapas:
a) la de la sacramentologia,
b) la de los sondeos teologicos de los '60,
c) la de los dos primeros tomos de la cristologia hasta el libro sobre los ministerios y
d) la del libro de 1989 sobre la iglesia.
Sin embargo, el ensayo que sigue es muy equilibrado y muy bien pensado. Saludos, Macario"
Así me escribe M. Ofilada, uno de los mejores conocedores de la teología católica del siglo XX, desde una perspectiva muy dominicana y muy carmelitana (menos rahneriana).
He querido "colgar" aquí el trabajo de Mons. Brambilla, uno de los teólogos del Papa Benedicto XVI, del que yo mismo he saludado con gozo la traducción de alguna de sus obras al castellano. Su juicio coincide en el fondo con el que yo presentaba ayer, diciendo que Schillebeeckx había ido "per vias caprarum"... Pero, en contra de Brambilla, yo pienso que la teología de Schillebeecks sigue abierta y debe ser aún asumida y recreada por el conjunto de la iglesia, en contra de lo que algunos han propuesto en este blog, mandándole a las "tinieblas exteriores".
Schillebeeckx no ha terminado en el silencio (a partir de 1989) por no tener ya nada que decir, sino por haber dicho lo importante, por haber abierto caminos, en un siglo XX que no ha sido un "sigle breve" (de pura transición de una Edad Media eclesial a otra Edad Media), sino un siglo de retorno fuerte al evangelio. Schillebeeckx cumplió su función de abrir caminos y guardó silencio, como Santo Tomás, después de haber escrito lo más importante. Quien quiera dar la espalda a los caminos que él y otros han abierto corren, a mi juicio, el riesgo de olvidar que el evangelio es Palabra de Dios para nuestro tiempo.
Schillebeeckx lleva en sí más luz que gran parte de los teólogos al uso del momento actual, que siguen "per vias vacharum", por caminos que terminan convirtiéndose en "círculos viciosos". Los antiguos ya sabían que sólo se puede conservar lo que se cambia.
Sigue el trabajo de Bambilla, lo dejo en italiano [ver más abajo] (que supongo no causará gran dificultad a muchos de vosotros), aunque es muy posible que el próximo domingo podáis ver la traducción castellana en la edición semanal de L'Osservatore Romano que promete La Razón de Madrid (que presentará cada semana el Periódico del Papa, compitiendo así con el ABC, que incluye, desde hace tiemmpo, el "Semanario" de Rouco (Alfa y Omega), del que muchos dicen que es más papista que el papa.
Buen día a todos. Xabier.
In morte di Edward Una teologia tramontata
con il «secolo breve»
di Franco Giulio Brambilla
Vescovo titolare di Tullia
Ausiliare di Milano
e preside della Facoltà teologica dell'Italia settentrionale
Edward Schillebeeckx, il teologo olandese del Concilio e postconcilio, ci ha lasciato alla vigilia di Natale. Chi si sofferma a considerare le date della sua biografia umana e intellettuale resta colpito da una circostanza significativa. Il teologo domenicano nasce nel 1914, alla vigilia del primo conflitto mondiale, e scrive la sua ultima opera (Umanità, la storia di Dio) nel 1989. Dopo quell'anno la sua fatica conosce un lungo periodo di silenzio. Fino alla sua dipartita dal mondo. La sua parabola intellettuale si colloca dunque tra le due date che delimitano quello che è stato definito il "secolo breve" (Hobsbawn).
Il giovane teologo nasce ad Antwerpen. Dopo la scuola primaria a Kortenberg, un paesino tra Bruxelles e Leuven, compie gli studi umanistici a Turnhout dai gesuiti. La vocazione religiosa lo indirizza però dai domenicani per l'ispirazione tomista che proponeva un'armonia tra religioso e umano-mondano, nel noviziato in Gent dove si insegnava filosofia con grande attenzione per la teologia. La sua formazione teologica avviene a Lovanio tra le due guerre mondiali, tra fermenti di novità sul fronte culturale e timidi accenni di apertura nella Chiesa. Questi momenti di sotterranea ricerca che fanno capo alla fenomenologia, all'esistenzialismo e al personalismo trovano sbocco nel confronto appassionato della cultura francese con l'engagement nel mondo, facendo da sfondo ideologico ai nuovi movimenti democratici dell'immediato dopoguerra.
La specializzazione a Parigi (1945) influenzerà profondamente la sua mentalità teologica. L'inizio dell'insegnamento allo Studio teologico domenicano a Lovanio (1946-1956) è solo un momento di apprendistato di una prospettiva teologica che farà di Schillebeeckx un teologo molto ascoltato e ancor più letto, per la sua maggiore accessibilità rispetto alla tormentata lingua di Rahner. Inoltre, il docente domenicano poteva vantare un'approfondita conoscenza della scolastica, in particolare di san Tommaso, non solo per tradizione, ma per la lettura geniale che aveva coltivato durante il suo dottorato di ricerca presso lo studio teologico di Le Saulchoir, nella scia di Chenu. Una lettura che cercava intensamente di coniugare senso storico e intento teorico o, come si diceva allora, teologia positiva e teologia speculativa. La rivisitazione della tradizione si presentava non solo provocata, come nei francesi, da un ricupero delle fonti con il programma di ressourcement, ma motivata da un tratto speculativo più forte, radicato nella fenomenologia ontologica del maestro Dominicus Maria de Petter. Egli cercherà di accreditarlo come l'omologo di Joseph Maréchal, a sua volta ispiratore della "svolta antropologica" di Karl Rahner.
L'opera di Schillebeeckx trovò ascolto presso l'episcopato olandese per l'abilità delle formule della sua produzione teologica prima del Concilio e durante la stessa assise vaticana. In questo periodo fece studi approfonditi sulla tematica sacramentaria, confluiti nella dissertazione De sacramentele heilseconomie e nel fortunato testo Cristo, sacramento dell'incontro con Dio (1959).
Nel 1957 l'università di Nimega lo chiama all'insegnamento di teologia dogmatica, nel momento di trapasso della Chiesa olandese. Nel crogiolo incandescente dell'Olanda del postconcilio, Schillebeeckx fu un testimone privilegiato del travaglio con cui la Chiesa cattolica voleva ricuperare la distanza accumulata rispetto al mondo moderno. Al di là del giudizio di merito circa il risultato, si trattava di una distanza che sottoponeva la fede a un'obiettiva insignificanza. Schillebeeckx ha accompagnato con la forza della riflessione e la competenza della ricca conoscenza della tradizione gli impulsi e le intemperanze di quel popolo, dove ognuno si sente homo theologicus, che non perde mai l'occasione di parlare della religione e della fede. Il teologo fiammingo si è sentito prestato all'Olanda cattolica e ha inteso dare un contributo critico alle trasformazioni operatesi nella Chiesa olandese, divenuta capofila di un avventuroso progressismo.
L'approdo in Olanda segna una svolta non solo nella vita, ma anche nella teologia del domenicano. Il cambiamento ha un periodo di incubazione che risale ai primi anni del suo magistero a Nimega (1957-1966). Da quel momento la sua riflessione diventa una teologia militante. Il "primo" Schillebeeckx assume la veste di mediatore critico, dinanzi ai nuovi fermenti della Chiesa olandese, che fino a quel momento aveva avuto tratti tradizionalisti. Tutto riceve un'improvvisa accelerazione con la preparazione immediata e la celebrazione del Concilio. Basterà ricordare i suoi interventi degli anni Sessanta sulla cristologia, la presenza eucaristica e il celibato ecclesiastico, ma più ancora il serrato dibattito con la stagione della secolarizzazione e della cosiddetta teologia della morte di Dio. Sullo sfondo la sua teologia della Rivelazione, che forse ha influito per la sua maggiore flessibilità più di ogni altra sull'elaborazione del Concilio.
Solo con il viaggio in America del 1966-1967, il teologo domenicano, per sua esplicita ammissione, non solo diviene l'interlocutore delle nuove istanze culturali e sociali, ma si getta nell'arena della battaglia del rinnovamento ecclesiale. È a partire da queste circostanze che si parla di un "secondo" Schillebeeckx (1966-1989), sovresposto alle luci della ribalta e più difficile da tratteggiarne la figura. Intorno agli anni Settanta Schillebeeckx sembra cavalcare un più accentuato rinnovamento. Si pensi alla questione della cristologia - alla quale ha dedicato due voluminose opere - che ha dato origine a un vero e proprio caso, su cui è intervenuta ripetutamente la Congregazione per la Dottrina della Fede. Ma soprattutto si rammentino i suoi volumi degli anni Ottanta sul ministero ecclesiale, assai problematici sotto il profilo degli esiti pratico-pastorali, che hanno di nuovo richiesto l'intervento della stessa congregazione.
Infatti, il discusso saggio Gesù, la storia di un vivente (1974), che resta il suo capolavoro, intendeva essere una risposta di alto profilo al pamphlet pubblicato con molto rumore in Germania nel 1972 da Rudolf Augstein, direttore di "Der Spiegel", cioè alle obiezioni radicali mosse al centro stesso della fede cristiana da un editore molto potente. La sottovalutazione della risurrezione di Gesù, come esperienza di conversione, poneva però dubbi sulla sufficienza della sua ricostruzione storico-teologica.
Il giudizio sull'opera di Schillebeeckx - e del "secondo" in particolare - non può essere formulato solo confrontandosi con i singoli temi del dibattito teologico, ma risalendo alle fonti della sua teologia e all'impianto stesso della sua opera. Soprattutto non è possibile stabilire una cesura di comodo tra "primo" e "secondo" periodo del suo lavoro teologico tale da occultare i motivi di continuità e le strutture di pensiero ricorrenti della sua teologia.
Se è innegabile che la riflessione del teologo olandese accompagni con puntigliosa precisione i problemi e i temi dell'effervescente periodo postconciliare (l'ermeneutica, la teoria critica, la dimensione politica della fede, la cristologia e la soteriologia, i temi del ministero e della Chiesa, la questione del pluralismo religioso), altrettanto non si può nascondere l'impressione che la fine delle grandi ideologie sembri sottrarre forza propulsiva al suo pensiero. Così appare un segno non piccolo che il crollo del muro di Berlino (1989) coincida con la data di pubblicazione dell'ultima sua opera significativa. Nonostante che la pubblicistica si sia impegnata a lanciarla come una summa del suo itinerario teologico, essa appare piuttosto un canto del cigno, sia per forza di disegno che per profondità delle questioni trattate.
Più interessante forse è la presentazione dell'opera di Schillebeeckx come parabola della teologia del Novecento. Essa sembra condividerne il destino: come il secolo sembra terminare anzitempo, così sulla sua opera scende il silenzio in anticipo. La teologia di Schillebeeckx è testimonianza del Novecento come "secolo breve". Chi la percorre si immerge con passione nelle grandi questioni teologiche e non solo che hanno travagliato il secolo, nel trapasso dalla teologia neoscolastica (o "concettualista", come la definisce il teologo scomparso) passando per la teologia della Rivelazione fino alle "teologie del genitivo" (del futuro, della speranza, della liberazione e la teologia politica). Ma non si renderà giustizia al lavoro teologico del teologo domenicano se non si renderà conto della tensione epistemologica che l'attraversa.
Schillebeeckx è stato certamente un autore in movimento, ma non ha prodotto un pensiero eclettico. Nella sua stessa idea di teologia era presente il germe dell'attenzione alle cangianti figure del mutamento culturale. Col rischio di professare una visione intuizionista della verità, depotenziando la concettualità a mera mediazione culturale, e di dover sottoporre la verità della fede al cambiamento della sua mediazione storica. La fine delle "grandi narrazioni", però, sembra far crollare anche l'opera insonne del teologo olandese e forse spiega il suo cecidere manus. Così pare spegnersi - a differenza di altri autori che hanno avuto un successo postumo - anche l'interesse alla sua produzione. Essa cade nell'oblio. Restando tuttavia emblematica, non solo per quello che ha di caduco, ma anche per ciò che lascia in eredità ancora da pensare.
Del Blog de X Pikaza
Traducción de ADC del texto italiano:
Edward Schillebeeckx, el teólogo holandés del Concilio y postconcilio, nos dejó el día de Nochebuena. Quien se detiene a considerar las fechas de su biografía humana e intelectual queda sorprendido por una circunstancia significativa. El teólogo dominico nacó en 1914, la víspera de la Primera Guerra Mundial, y escribió su última obra («El hombre, historia de Dios») en 1989. Después de aquel año su fatiga entra en un largo período de silencio, hasta su partida del mundo. Su parábola intelectual se encuentra por lo tanto entre las dos fechas que marcan lo que se ha llamado el "siglo breve" (Hobsbawm) [es decir: Primera guerra - Caída del muro].
El joven teólogo nació en Amberes. Después de la escuela primaria en Kortenberg, un pequeño pueblo entre Bruselas y Lovaina, completó sus estudios humanísticos en Turnhout, con los jesuitas. La vocación religiosa lo encamina, sin embargo, hacia los dominicos -por la inspiración tomista que propone una armonía entre lo religioso y lo humano-mundano- en el noviciado de Gante, donde se enseñaba filosofía con gran atención a la teología. Su formación teológica se realiza en Lovaina entre las dos guerras mundiales, entre fermentos de novedad en el frente cultural y tímidas intentos de apertura en la Iglesia. Estos momentos de subterránea búsqueda de la mano de la fenomenología, el existencialismo y el personalismo, desembocan en el vuelco apasionado de la cultura francesa en compromiso con el mundo, actuando de trasfondo ideológico a los nuevos movimientos democráticos de la inmediata posguerra.
La especialización en París (1945) influenciará profundamente su mentalidad teológica. El inicio de la enseñanza en el Estudio teólogico dominico en Lovaina (1946-1956) es sólo un momento de aprendizaje de una perspectiva teológica que hará de Schillebeeckx muy escuchado, y aún más leído, por su mayor accesibilidad despecto de la atormentada lengua de Rahner. Además, el profesor dominico podía presumir de un conocimiento profundo de la escolástica, especialmente de santo Tomás, no sólo por tradición, sino por la genial lectura que había cultivado durante su doctorado, en las indagaciones en el estudio teológico de Le Saulchoir, en la línea de Chenu. Una lectura que trataba intensamente combinar el sentido histórico y la dirección teórica, o, como se decía entonces, la teología positiva y la especulativa. La reinterpretación de la tradición se presentaba no sólo provocada, como en el pensamiento francés, por una recuperación de las fuentes en un programa de resurgimiento, sino motivada por un tratamiento especulativo más fuerte, que se basaba en la fenomenología ontológica del maestro Dominicus María de Petter. Intentarán acreditarlo como el homólogo de José Maréchal, a su vez inspirador del "giro antropológico" de Karl Rahner.
La obra de Schillebeeckx fue escuchada en el episcopado holandés por la habilidad de las fórmulas de su producción teológica anterior al Concilio y durante éste. En ese período realizó estudios profundizando en la temática sacramental, que confluyen en la disertación «De sacramentele heilseconomie», y en el afortunado texto «Cristo, sacramento del encuentro con Dios» (1959).
En 1957 la Universidad de Nimega lo llama para enseñar teología dogmática, en un momento de cambios en la iglesia holandesa. En el crisol incandescente de la Holanda del postconcilio, Schillebeeckx fue un testigo privilegiado del trabajo con el que la Iglesia Católica quería recuperar la distancia acumulada respecto al mundo moderno. Más allá del juicio de resultados, era una distancia que desplazaba la fe a una objetiva in-significancia. Schillebeeckx acompañó con la fuerza de la reflexión y la competencia del rico conocimiento de las tradiciones, los impulsos y los excesos de aquel pueblo, donde todo el mundo se siente "homo theologicus", y no pierden ocasión de hablar de la religión y de la fe. El teólogo flamenco se sentía deudor de la Holanda católica y quiso hacer una contribución crítica a la transformación que ocurría en la iglesia holandesa, convertida en líder de un aventurado progresismo.
El anclaje en Holanda marca un giro no sólo en la vida, sino también en la teología del dominico. El cambio tiene un período de incubación que asoma em los primeros años de su magisterio en Nimega (1957-1966). Desde aquel momento su reflexión deviene una teología militante. El "primer" Schillebeeckx asume el papel de mediador crítico, ante los nuevos fermentos en la iglesia holandesa, que hasta aquel momento había tenido un tratamiento tradicionalista. Todo recibe una súbita aceleración con la preparación inmediata y la celebración del Concilio. Bastará recordar sus intervenciones de los años sesenta sobre la Cristología, la Presencia eucarística y el celibato del clero, pero más aun el intenso debate con los grupos de la secularización y de la así llamada teología de la muerte de Dios. Sobre el fondo estaba su teología de la Revelación, que posiblemente ha influido por su mayor flexibilidad más que las otras en las elaboraciones del Concilio.
Sólo con el viaje a Estados Unidos en 1966-1967, el teólogo dominico, para su admisión explícita, no sólo se convierte en el interlocutor de la nuevas instancias culturales y sociales, sino que se vuelca en la arena de la renovación eclesial. Es a partir de esta circunstancia que se habla de un "segundo" Schillebeeckx (1966-1989), sobreexpuesto en las luces de la discusión y con una figura de más difícil tratamiento. En torno a los años setenta Schillebeeckx intenta llevar adelante una renovación más acentuada. Pensemos en la cuestión de la cristología -a la que dedicó dos voluminosas obras- que ha dado origen a un verdadero y propio caso en el que ha intervenido en varias ocasiones la Congregación para la Doctrina de la Fe. Pero sobre todo se recuerdan sus volúmenes de los años ochenta sobre el ministerio eclesial, muy problemáticos desde el punto de vista de su éxito práctico-pastoral, que de nuevo requirió la intervención de la misma congregación.
De hecho, el discutido ensayo «Jesús, la historia de un viviente» (1974), que sigue siendo su obra maestra, buscaba ser una respuesta de alto nivel a los panfletos publicados con mucho ruido en Alemania en 1972 por Rudolf Augstein, editor de "Der Spiegel", con las objeciones planteadas al centro mismo de la fe cristiana por un editor muy poderoso. La subvaloración de la resurrección de Jesús como una experiencia de conversión, traía sin embargo, dudas sobre la suficiencia de su reconstrucción histórico-teológica.
El juicio sobre la obra de Schillebeeckx -y del "segundo" en particular- no puede ser formulado únicamente confrontando únicamente tñerminos aislados del debate teológico, sino volviendo a las fuentes de su teología y a las semillas de su propia obra. Sobre todo, no es posible establecer un cómodo corte entre el "primero" y el "segundo" período de su obra teológica, de tal modo que queeden ocultas la continuidad y las estructuras de pensamiento recurrentes de su teología.
Si es innegable que la reflexión del teólogo holandés acompañó con rigurosa precisión los problemas y los temas del efervescente período postconciliar (la hermenéutica, la teoría crítica, la dimensión política de la fe, la cristología y la soteriología, las cuestiones del ministerio y de la iglesia, la cuestión del pluralismo religioso), no es posible ocultar la sensación de que el fin de las grandes ideologías parece restar fuerza impulsora a su pensamiento. Así aparece como un signo no menor que la caída del muro de Berlín (1989) coincida con la fecha de publicación de su último trabajo importante. Aunque el publicismo en relación a su obra pretenda presentarla como una especie de summa de su itinerario teológico, más bien aparece como un "canto del cisne", tanto por la forma, como por la profundidad de las cuestiones tratadas.
Más interesante quizá es la presentación de la obra de Schillebeeckx como una parábola de la teología del siglo XX. Con él parece compartir su destino: el siglo parece terminar antes de tiempo, así como sobre su obra se cierne anticipadamente el silencio. La teología de Schillebeeckx es testimonio del siglo XX como "siglo breve". Quien la recorre se sumerge con pasión en las grandes cuestiones teológicas, y no sólo las que han afectado al siglo, en la transición de la teología neoescolástica (o "conceptualista", como la definía el fallecido teólogo), pasando por la teología de la revelación, hasta las "teologías del genitivo" (del futuro, de la esperanza, de la liberación y la teología política). Pero no se hace justicia a la obra teológica del teólogo dominico, si no se toman en cuenta las tensiones epistemológicas que la atraviesan.
Schillebeeckx ha sido sin duda un autor en movimiento, pero no ha producido un pensamiento ecléctico. En su propia idea de teología estaba presente el germen de la atención a las cambiantes figuras de la mutación cultural. Con el riesgo de profesar una visión intuicionista de la verdad, debilitando la conceptualidad a mera mediación cultural, y debiendo subsumir la verdad de la fe al cambio de sus mediaciones históricas. El final de las "grandes narraciones", sin embargo, parece agitar incluso la incansable labor de teólogo holandés, y tal vez explica su "cecidere manus" [abandono del trabajo]. Así parece extinguirse -a diferencia de otros autores que han tenido un éxito póstumo- incluso el interés en su producción. Cae en el olvido. Permaneciendo sin embargo emblemática, no sólo por lo que tiene de caduca, sino también por lo que deja en herencia todavía para pensar.